Io e Costagliola

Non nascondo le mie difficoltà ad isolare un momento specifico del mio rapporto con la squadra viola. Il pensiero mi corre, come ovvio, agli anni dal 1995 al 1999, quando ero Vicesindaco della città ed Assessore allo Sport. Erano i tempi di Vittorio Cecchi Gori, la Fiorentina di Batistuta e Rui Costa. Mi ricordo la gioia di molte vittorie vissute in tribuna a fianco di Giancarlo Antognoni, le esternazioni di Vittorio che non condivideva quasi mai le formazioni, le straordinarie coreografie per la partita principe con la Juve, una splendida trasferta contro il Barcellona di Ronaldo, o, ancora, il rapporto di quasi amicizia con molti campioni.

 

 

 

E, naturalmente, lo specifico del mio impegno di amministratore pubblico: la sistemazione dei “campini”, il complesso restauro della torre di maratona, la messa in sicurezza del “formaggino”, le cure per il tappeto verde più bello d'Italia, i litigi con Luna e Ugo Poggi per i costi del Franchi. Ma non è di questo che voglio parlare.

C'è un prima che risale alla mia infanzia e che ricordo con l'affetto che si riserva alle cose più belle. Da bambino, nei primissimi anni Cinquanta, vivevo in un paesino della lucchesia ed ero il più piccolo del gruppo di compagni che frequentavo quotidianamente. Per la verità lo sport per eccellenza allora era il ciclismo e il tifo per Bartali ovvero per Coppi era fazioso ed estremo, quasi ideologico. Non c'era la televisione e lontano dagli stadi il calcio noi lo vivevamo soprattutto attraverso le figurine. Mi ricordo che le vendevano in piccole bustine di carta velina abbinate ad una piccola striscia rosa di chewing-gum. Ne avevamo tutti dei gran mazzi e ci scambiavamo i doppioni. Ed è da lì che imparavamo a conoscere i campioni. Un po' perché ero il più piccolo, un po' perché ero grassottello, nelle nostre partite, a volte anche ad una porta sola, mi toccava sempre il ruolo del portiere. In un primo tempo protestavo un po' ma poi finii per prenderci gusto. Mi adattai al ruolo.  E guardando e riguardando le mie figurine era proprio sui portieri che mi soffermavo di più. La figurina più bella era quella di Costagliola. Anche il nome mi piaceva, mi sembrava importante, e me lo figuravo come un eroe, senza paura nelle uscite e spettacolare nei tuffi. Divenne per me una specie di culto: ritagliavo le sue immagini dalle cronache sportive su La Nazione e Lo Sport Illustrato. Ne avevo un quadernetto quasi pieno. Il mio amore per la Fiorentina nacque così. Si consolidò poco dopo, naturalmente, con lo squadrone del '56, la Fiorentina del primo scudetto, quella di cui tutti, ma proprio tutti, ricordano la formazione come un'avemaria...

Cinquant'anni dopo, in una scuola del Galluzzo, ero presente a non so più che premiazione. C'erano anche alcuni vecchi giocatori. Mi presentarono Virgili e Prini, mi pare... ma fui letteralmente folgorato da un anziano, esile signore, neppure molto alto, che sorridendo gentile mi porse la mano: “Piacere, Nardino Costagliola”.
 

 

 

 

 

Autore


Alberto Brasca

 

 


 

 

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