La Fiorentina capolista nella storia

A quale Fiorentina somiglia la squadra di Paulo Sousa prima e solitaria in vetta alla classifica? Forse non somiglia al suo passato, ma qualche punto di contatto tra ieri e oggi può anche affiorare tra le pagine impolverate e preziose della storia. La situazione ambientale, cominciamo da qui, dalle sperdute analogie che possiamo rintracciare tra la Fiorentina attuale e quella del secondo scudetto.



Parola grossa scudetto, ma andiamo avanti lo stesso ricordando solo che il cammino è lunghissimo. Nell’estate del 1968 l’atmosfera attorno agli amati colori era, in città, abbastanza simile a quella dei mesi scorsi. Tifosi delusi e più irritati che fiduciosi. Il presidente Nello Baglini, indimenticabile personaggio con un’aria che pareva trasognata, ma mai malinconica e neanche assente, aveva compiuto un’operazione simile a quella dei Della Valle: doveva «ripianare il defice», come usava dire dimenticandosi la «t» finale. Per far quadrare i conti, Baglini aveva ceduto all’Inter Mario Bertini, mediano di corsa e di forza, poi giocatore della Nazionale in Messico, realizzando con astuta trattativa quella che oggi si chiamerebbe una favolosa plusvalenza: acquistato dall’Empoli per 20 milioni, Bertini era stato ceduto per 400. Poi i’Nello, come lo chiamava, anzi come lo scriveva Gianni Brera, si era lanciato in un avventuroso scambio con il forte Cagliari (a quel tempo lo era) spedendo nell’isola, con provvedimento che ricordava certi trasferimenti punitivi dei funzionari dello Stato («ti sbatto in Sardegna») niente meno che l’eccellente portiere Albertosi, dall’andatura da film western, e il dinamico Mario Brugnera, detto il «piccolo di Stefano», con paragone pesante ma tatticamente non improprio visto che Brugnera giocava «spaziando da un’area all’altra» come il grande Alfredo, la «Saeta Rubia», primo fuoriclasse al mondo a giocare a tutto campo.

 


La trattativa aveva portato a Firenze la mezzala Rizzo, il cui arrivo non sollevò ondate di entusiasmo. Anche l’allenatore era nuovo e non ancora apprezzato per quanto valeva e per quanto avrebbe portato: Bruno Pesaola. Un po’ come Paulo Sousa? Auguriamoci che sia così. A dire la verità anche Pesaola, che era di una simpatia travolgente e di un’astuzia che scaturiva da una felice sintesi tra l’Argentina e Napoli, ogni tanto si sperdeva nelle dichiarazioni lunghe, come Sousa, ma era fulminante nel breve, nelle battute. La lontana e vincente Fiorentina del 1968-69 visse un’estate simile a quella recentemente trascorsa dalla società viola, anche se la mancata conferma di Salah, poi la cessione di Savic e lo sfumato arrivo di Milinkovic-Savic sono vicende molto diverse dal fantasioso mercato del Baglini. Il lato comune lo si rintraccia nella necessità di far quadrare i conti e nel malcontento suscitato dalla campagna acquisti. Anche allora il pessimismo si trasformò in entusiasmo, fino alla rara e inattesa conquista dello scudetto. Ma punti di contatto tecnico-tattico, per entrare nel lato più di campo che di sensazioni, non se ne possono riscontrare tra la Fiorentina del secondo scudetto e quella che ora sta guidando la classifica. Era un calcio diverso, era un gioco lontano, con altre regole e altri ritmi.

 


La Fiorentina 1955/56


Un’altra epoca. Dolce e distante. Il campionato aveva 16 squadre, l’Europa del pallone imponeva modi sbrigativi: niente gironi, eliminazione diretta. Insomma, non c’è paragone, né vogliamo proporlo. Restano l’estate avvelenata, il rifiorito entusiasmo, l’allenatore nuovo. Procediamo oltre. Scorrendo in avanti con il tempo ci si può imbattere, nel tentativo di cercare un punto di contatto tra l’ieri e l’oggi, nella Fiorentina del Trap, da più parti accostata alla squadra di Sousa, ma soltanto per il prestigioso comun denominatore del primo posto in classifica, poi smarrito tra l’infortunio al ginocchio di Batistuta e l’allegra assenza di Edmundo, partito verso i coriandoli di Rio per un Carnevale che gli spettava per regolare contratto, proprio in concomitanza con il ko di Bati. Ogni tanto, vedi Salah, è costume inciampare nelle clausole. La squadra di Trapattoni aveva più gente di classe rispetto a questa: Batistuta, Rui Costa, Edmundo stesso e poi Lulù Olivera costretto a fare il terzino dal Trap che abbondava in attaccanti, ma chiedeva loro di difendere. Ecco, difendere. È questo il punto di contatto che forse unisce in qualche modo la Fiorentina di Sousa con quella, sfortunata e scapestrata (Edmundo a Rio, imperdonabile, ma oggi anche lui si dice pentito e allora sia pure amnistiato) che chiuse al terzo posto il campionato 1998-99.

 


La Fiorentina 1998/99


Ed è la difesa, o volendo essere più precisi la fase difensiva, l’aspetto che più di ogni altro ci interessa perché in realtà la Fiorentina di oggi è la Fiorentina di ieri, la Fiorentina di Sousa è la Fiorentina di Montella con una sola ma gigantesca differenza: questa sa difendere, almeno per ora. Dalla fortunata e forse imprevedibile fusione tra le tracce di gioco, di possesso palla, di coinvolgimento e di ricerca offensiva del calcio di Montella e le caratteristiche di sostanza e di più curata fase difensiva, di squadra più corta e più protetta dal centrocampo, introdotte su un corpo già collaudato e promettente da Paulo Sousa, nasce il miracolo, che potrebbe anche essere momentaneo — nessuno, in fondo, si illude, ma sperare è consentito — di questo per ora fortunato ibrido tra il passato più recente, che ha fruttato tre volte il quarto posto, e la vena pratica di Sousa. Dunque è a se stessa che più somiglia questa Fiorentina, non vale la pena risalire troppo indietro nel tempo, basta fermarsi all’estate scorsa. Montella va apprezzato e se vogliamo anche ringraziato per aver dato un indirizzo costruttivo alla squadra, con buoni risultati di classifica. Sousa ha corretto i difetti e, almeno per ora, ha fatto centro. Non resta che andare avanti senza paura, confidando nelle proprie qualità e sperando che la buona sorte, senza la quale tutto si fa più duro, continui a dare un’occhiata da queste parti.Un nostro amico, molto disincantato ma anche molto tifoso, dice che in fondo «questa è una squadra costruita per giocare in undici contro dieci». Tra fiorentini la battuta è ammessa, ma solo fra noi.

 

 

 

 

Autore

 

Sandro Picchi

 

 

 

 


 

 

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