La Fiorentina bianca, rossa e viola

Con certezza a partire dal 1898, il bianco ed il rosso, i colori più tradizionali e rappresentativi della storia civile e militare di Firenze divennero anche i più utilizzati nello sport fiorentino. Era il 26 maggio 1898 quando venne firmato al Palagio dell'Arte della Lana lo statuto del Florence Football Club dall'allora Sindaco di Firenze marchese Pietro Torrigiani, primo presidente del più antico sodalizio cittadino di calcio all'inglese. In quell'atto costitutivo redatto in inglese dal dirigente e giocatore William Dunn vi era scritto che i colori del club sarebbero stati "White and Red" per onorare la tradizionale bandiera di Firenze. L'esperienza della squadra degli stranieri di Firenze si chiuse nel 1909 e dopo un triennio di anarchia calcistica sul prato del Quercione emersero, dal novembre 1912, le sezioni calcio dei Rossi della Palestra Ginnastica Fiorentina Libertas e dei Bianchi del Club Sportivo Firenze con la fusione delle quali, raggiunta il 29 agosto grazie all'asse creatosi tra il presidente del Club Sportivo il marchese Luigi Ridolfi Vay da Verrazzano e il plenipotenziario della Libertas Arrigo Paganelli, risorse anche la tradizionale bicromia biancorossa.

 

Primo presidente e tutore della nuova creatura fu Ridolfi, il quale si sforzò di procurare una faticosa equità in ogni faccenda: incluso la scelta dei colori sociali. Il rosso della Palestra Ginnastica Fiorentina Libertas 1877 abbracciò dunque il bianco del Club Sportivo Firenze 1870 ricreando l’armonia dell’antica insegna comunale e recuperando i colori del più antico club cittadino sostenuto da Torrigiani: quel Florence Football Club che deve, almeno nella genealogia calcistica gigliata, considerarsi babbo delle sezioni calcio di CS Firenze e PGF Libertas e dunque nonno della Fiorentina. Magnifico era anche il guerresco motto latino di quel glorioso sodalizio anglo-fiorentino: "Omnibus Locis Pugnatur". Nel 1926, il guelfo simbolo cittadino del giglio maschio rosso in campo bianco, presente nei due sodalizi d’origine, fu mantenuto sul petto dei primi giocatori della Fiorentina senza alcuna imposizione. Le prime gare videro avvicendarsi le maglie rosse della Libertas e bianche del Club. In autunno, finalmente, arrivarono fresche di fabbricazione le splendide divise confezionate col tradizionale e fiorentinissimo spezzato biancorosso finalmente riunito in unico blasone.

 

Ma, nella vicenda calcistica fiorentina, l’argomento araldico-simbolico rivendica un’intensa ed estesa dissertazione: una coscienziosa indagine nella storia e nella cultura della città. Non è infatti ammissibile supporre che, decidendo emblema e colori, venissero fatte scelte spicce o impulsive. A questo proposito si deve tenere conto delle profonde riflessioni ruminate da Luigi sul senso intimo di ogni pur piccola azione da compiere. Dietro la sua lineare concretezza si celava un meditabondo mago raziocinante, un alchimista illuminato: un uomo rinascimentale rifiorito nel XX secolo per restituire luce a Firenze, erigendola daccapo sulle sue basi più salde ed antiche. Nella ricerca della sua ‘pietra filosofale’ attribuiva un significato a tutto. E’ questa la giustificazione più profonda di quella granitica coerenza che mai gli permise di tralasciare alcun particolare. La sua cultura scientifica familiare, la sua indole, il suo sangue stesso ne guidavano le meditazioni ed i confronti con gli aspetti sostanziali più remoti della tradizione fiorentina.


Dal torneo 1929-30 fino ad oggi, i due originari colori sociali sono divenuti uno solo: il Viola. Accanto ad esso, seppure in secondo piano, si è conservato nell’iconografia del club, insieme col bel giglio, anche l’orgoglio dei tradizionali toni del bianco e del rosso. Il movente della scelta del viola non si fonda, al contrario di quanto generalmente creduto, su basi di anticonformismo o di ricercata originalità, bensì sopra un tradizionalismo se possibile ancor più marcato corroborato dalla rilevante amichevole con la squadra ungherese dell'Ujpest alla fine del 1928 durante la quale fu possibile osservare i viola d'Ungheria giocare al Bellini con in dosso la bella divisa di color porpora chiaro. Ma per Ridolfi non sarebbe certo bastata una momentanea simpatia cromatica. Non gli mancava infatti la cultura per cogliere la simbologia legata a questo colore incredibilmente antico: nell’età classica, per Plinio e per l’intera cultura naturale greco-romana, il viola era stato associato alle tonalità più intense dell’uva ed era sinonimo di abbondanza di frutti nei mesi autunnali ed invernali. Il viola era il colore degli imperatori! Aristotele, in mezzo ai due opposti, aveva catalogato i cinque toni intermedi in pallido, giallo, rosso, porpora - cioè viola - e verde, chiarendo che, dalle misture di tali toni tra loro o con i due colori contrari del bianco e del nero, corrispondenti il primo al caldo ed il secondo all’umido, è possibile ricavare tutte le altre varianti cromatiche.

Nell’araldica, il porpora, era invece molto raro a cagione del suo proibitivo costo e perché, anticamente, l’uso era consentito esclusivamente per mezzo di un’autorizzazione dell’imperatore Giovanni Paleologo. Si trattava infatti del tradizionale colore dell’Impero d’Oriente e la casa di Bisanzio vi riponeva il significato di ‘signoria su molti’. E’ di fondamentale rilievo chiarire che il viola ed il porpora, in araldica, vengono impiegati indifferentemente sia nella pratica che nella simbologia letteraria. La ‘scienza araldica’, fino da epoca remotissima, pone il proprio fondamento sull’associazione di proprietà e di virtù a colori e simboli. Nel tempo poi, il ‘codice cavalleresco’ ha attribuito ad essi valenze sacrali e capacità evocative tali da ipotizzare degli effetti magici.

E, in epoca cristiana, la colorazione liturgica usata durante l’Avvento e la Quaresima come simbolo di umiltà e di sacrificio cristiano e l'elemento cromatico posto a sottolineare i gradi delle gerarchie ecclesiastiche. Come non aver presente l'opera del pittore quattrocentesco fiorentino Domenico Ghirlandaio, ove nella Resurrezione del bimbo di casa Spini, conservata nella chiesa di Santa Trinita, veste di violetto il bimbo in braccio alla madre in atto di lode. Nonostante il capitale valore penitenziale e clericale, il Bronzino, come testimoniato da un celebre ritratto, fornisce la chiara prova della diffusione del colore ‘pavonazzo’ anche nella vita civile, dove frequentemente incontrò il favore delle mode.
 

Luigi Ridolfi, da buon Cagliostro, sommò scrupolosamente i più puri ingredienti a disposizione, seguendo una formula razionale assolutamente coerente. Dopo e con il Biancorosso, il viola, tinta decisamente singolare e mai prima praticata in alcuna forma di trattenimento in Italia, altro non fu che la rara ‘polvere di proiezione’ necessaria per mutare l’affilato bronzo della discordia dei fiorentini nell’oro della fraterna unità cittadina. Non si deve perciò stupirsi se i fiorentini, usando un’insolita concordia, attribuiscono spesso alla propria squadra di calcio un valore maggiore di quello sportivo.
 

 

 

Autore

Andrea Claudio Galluzzo

 

 

 

 

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