Sousa, calcio, fede e fantasia

Il nuovo che avanza e sale momentaneamente in vetta a questo «campionato dei tarocchi» - cito Giampiero Galeazzi - ha il fascino discreto di Paulo Manuel Carvalho Sousa.Il 45enne portoghese allenatore della Fiorentina è un nomade dell’Europa calcistica - prima della Serie A ha già allenato in Portogallo, Inghilterra, Ungheria, Israele e Svizzera-  un poliglotta e questo inevitabilmente ce lo fa associare a un suo illustre connazionale, mister “Special One” Josè Mourinho. Il giorno dopo il poker spettacolare di San Siro calato dalla sua tonica Fiorentina alla spompatissima Inter di Roberto Mancini, l’accostamento tra il Mou del triplete nerazzurro e il beato Paulo da Firenze viene ancora più naturale.

 

Entrambi provengono da città con poco più di centomila abitanti e con scarsa tradizione pallonara, Mourinho da Setúbal, Sousa da Viseu, assolutamente più famosa per il vino - la docg Dão - che per il calcio. Due piccoli eroi borghesi, anzi, l’infanzia del Paulo fiorentino è quella di un ragazzo cresciuto calciando un pallone contro la saracinesca dell’officina meccanica del padre Delfim e indossando i vestiti cuciti su misura da mamma Maria Magdalena, la sarta di Viseu. Ma il genius loci lì, era e rimane il divino Paulo, cresciuto nella squadretta della città nella quale poteva andarsi ad allenare solo «dopo il catechismo e aver servito la Santa Messa» nella Catedral. Calcio, fede e fantasia, questi i tre cardini sui quali ha costruito una carriera da fuoriclasse in campo e ora, forse, anche in panchina. Dopo il lancio nella “Juventus lusitana”, il Benfica «anche se ho sempre tifato Sporting» allenata da Sven Goran Eriksson, l’audace “Big” Luciano Moggi con 8 miliardi di vecchie lire lo mise a disposizione del centrocampo della Juventus di Marcello Lippi. Dal 1994 al ’96 Sousa è stata la gioia dei bianconeri, li ha fatti sognare e sorridere con uno scudetto e una Champions. Poi passato al Borussia Dortmund nella finale di Champions del ’97 persa a Monaco da Del Piero e compagni, è diventato l’incubo dei bianconeri. «Non dimenticherò mai quella notte: passando con la Coppa sotto il settore dei tifosi juventini che piangevano e intonavano in coro il mio nome...». Paulo Sousa è uno che non dimentica nulla. È un certosino del dettaglio, ossessivo nella preparazione da calciatore quanto maniacale nello studio della tattica e nella trasmissione delle motivazioni alla propria squadra. Da tecnico ha vinto Coppe di lega in Ungheria e due scudetti, uno in Israele al Maccabi Tel Aviv e l’ultimo lo scorso anno in Svizzera alla guida del Basilea. Con i campioni elvetici aveva un accordo triennale che è saltato, solo per il richiamo delle sirene – impossibile resistere - , dall’Italia. Comincia da Firenze la sua seconda vita da allenatore. E questo sotto la gestione Sousa, per i Della Valle (Andrea festeggia i 50 anni con il successo sulla sua prima squadra del cuore, l’Inter) è anche l’inizio di un terzo rinascimento gigliato che segue quello dell’era Prandelli e Montella. Il portoghese non è un invincibile, ma è un uomo forte perché dotato di quella umiltà cristiana che lo rende consapevole dei propri limiti.

 

 


Nel suo percorso tecnico - avviato nel 2005 nello staff della nazionale portoghese - ha conosciuto già il gusto amaro della sconfitta e anche l’onta fisiologica dell’esonero. Il primo a cacciarlo è stato un italiano, il motoristico Flavio Briatore ai tempi in cui era il patron dell’ambiziosissimo Queen Park Rangers. Ferite che non si dimenticano senza un attaccamento morboso al lavoro, «il calcio è la mia grande passione». Notti buie illuminate dalla luce della fede, «io ringrazio Dio ogni giorno». Nel mondo viola, Paulo il bello (uno dei volti più amati dal pubblico femminile) è entrato in punta di piedi con l’eleganza sobria dell’abito inappuntabile e del crine corto e curato (da calciatore sfoggiava una chioma leonina che alla Juve faceva competizione a quella di Moreno Torricelli). Pochi concetti, ma chiari, espressi il giorno della presentazione ai suoi nuovi tifosi che lo avevano accolto con la diffidenza che un fiorentino puntualmente riserva a un “gobbo”, alias ex Juve: «Sono qui per vincere, ma soprattutto per divertire». Vedremo, hanno pensato gli scettici della Fiesole. Ricreduti? Finora hanno visto una Fiorentina che ha messo assieme 5 vittorie su sei gare disputate (sconfitta contro il Toro). Tranne il match con il Carpi, la Viola – giusto mix tra nuovi, come il sorprendente bomber Kalinic e il vecchio metronomo Borja Valero - gioca con personalità e finora risponde perfettamente al criterio estetico richiesto dal suo Pessoa della panca: «Voglio una squadra bella e vincente». Sarà anche presto per sbandierare euforia sul Lungarno, ma la Fiorentina che alla sesta può sfoggiare il miglior attacco (11 gol fatti, come il Torino di Ventura) e anche la miglior difesa (4 subiti) è una realtà che non può essere ignorata. Se ai numeri si aggiungono le idee fresche e innovative dell’asceta di Viseu (tipo l’introduzione del “doppio sistema”, uno difensivo che fa perno su Alonso e uno offensivo con i vari Kalinic, Ilicic e Babacar, aspettando il miglior “Pepito” Rossi) ecco spiegato questo primo posto che a Firenze non ricordavano più dal lontano 14 febbraio 1999 (allenatore Trapattoni). Fiorentina capolista dopo 503 partite, un’attesa durata 6.069 giorni prima della storica e succulenta “schiacciata di Kalinic”, ma soprattutto prima dell’avvento dell’uomo della provvidenza che ricorda ai guelfi e ai ghibellini di Firenze: «Sono una persona di calcio, di passione, Questa è la mia vita e ringrazio Dio per essere in questo mondo». Il meraviglioso mondo della Viola.
 

 

 

 

Autore

 

Massimiliano Castellani

 

 

 

 

 

 

 

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